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L’evoluzione degli occhiali da sole

Quando è nato e com’è cambiato nel tempo questo accessorio tra moda e salute oculare.

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L’evoluzione degli occhiali da sole

L’invenzione eschimese di uno stilista moderno

Per proteggersi dalla luce accecante riflessa da neve e ghiaccio, le popolazioni mongoliche dell’Alaska e della Siberia orientale idearono una mascherina piatta di corno, osso o legno, dotata di una fessura orizzontale per la visione e legata attorno alla testa, sotto al copricapo in pelliccia.Per questo gli Inuit sono considerati gli “inventori” degli occhiali da sole. Tanto che – forse per celebrarne l’ingegno – lo stilista francese Courrèges, su una memorabile passerella parigina della collezione primavera-estate 1965, pose sul naso di una mannequin un modello bianco “tagliato” al centro, chiaramente ispirato a una mascherina eschimese. Oggi, l’evoluzione degli occhiali da sole, ci ha abituati a vedere sfilare gli occhiali, accessorio indispensabile per completare l’outfit, ma prima degli anni Ottanta era un evento tutt’altro che scontato!

Forme concave e colorate in aiuto alla vista

La grande intuizione degli uomini dei ghiacci nasceva da un bisogno concreto di protezione. A differenza di Nerone, il quale guardava gli spettacoli nel Colosseo attraverso uno smeraldo, non tanto per difendere la vista dai raggi del sole, ma perché miope.

La forma concava della pietra preziosa era in grado di accorciare il fuoco dell’immagine e ciò consentiva all’imperatore romano di vedere da lontano senza “strizzare” gli occhi.

Lo riferisce lo storico Plinio il quale però aggiunge: “Se la vista è affaticata, lo smeraldo le dà riposo”. Primo accenno della consapevolezza che “qualcosa di trasparente e colorato” protegge gli occhi.

Samuel Pepys

Lenti verdi e blu

Compiendo un grande balzo in avanti, notiamo che i musei e le collezioni private conservano oggi un discreto numero di occhiali seicenteschi dotati di lenti da sole. Possiamo dunque affermare che la produzione di vetri colorati a scopo protettivo fosse largamente diffusa a partire dalla seconda metà del Seicento.

Nel dicembre 1666, Samuel Pepys, politico e scrittore inglese, acquista un paio di occhiali con lenti verdi nella speranza che, come descritto nel suo famoso Diario, i suoi occhi, affaticati dalla scrittura prolungata a lume di candela, ne traggano beneficio.

Nel 1672 però in Europa settentrionale la tinta maggiormente usata è il blu, probabilmente per la luce ambientale più fredda rispetto alle latitudini meridionali.

Nel 1681, Filippo Baldinucci, erudito, storico e letterato, pubblica il Vocabolario toscano dell’arte del disegno, in cui trovano ampio spazio le arti minori, l’artigianato e i mestieri e con essi i procedimenti tecnici e manuali del tempo. Vi si legge tra l’altro: “… esistono occhiali fabbricati per confortar la vista, la quale non venga disgregata, o affaticata dalla bianchezza della carta nello studiare, e questi si fabbricano di Vetro piano colorito, più o meno carico di colore; servono in oltre per viaggio, affinché la virtù visiva, o l’occhio, né dal riflesso del Sole, né dalla polvere riceva nocumento”.

pince-nez

Dagli stringinaso ai modelli aviazione

Dal Settecento in poi l’evoluzione degli occhiali procede a briglia sciolta. Nell’Ottocento si afferma il modello pince-nez o “stringinaso” anche con lenti colorate, ma nello stesso periodo compaiono le stanghette che si appoggiano alle orecchie e ne seguono le curve (occhiali con stanghette a riccio).

Ai primi del Novecento si affermano i modelli per così dire professionali, come quelli degli aviatori, strumento indispensabile per quegli spericolati pionieri dell’aria che affrontano – senza nessun’altra protezione – la luce del sole e il vento. Tanto che Aviator è il nome di un famosissimo modello Ray-ban, studiato per proteggere gli occhi dei piloti che volano ad alta quota: la speciale curvatura di quelle lenti verdi a goccia assorbe i raggi più fastidiosi. Progettati ai primi degli anni Trenta, gli Aviator uscirono dalle caserme dell’aeronautica militare nel 1936 ed ebbero subito un grande successo di pubblico.

Marlene Dietrich e Greta Garbo

Mai più senza occhiali da sole

Ma è il cinema a sancire il successo planetario degli occhiali da sole. I registi se ne servono fin dal principio per sottolineare la cattiveria, la ribellione, la civetteria, il futuribile, puntando anche su montature eccentriche. Come quelle provocanti a forma di cuore della ninfetta protagonista della Lolita di Stanley Kubrik, o quelle enormi e colorate indossate da Willy Wonka ne La fabbrica di cioccolato, di Tim Burton, che fanno assomigliare Johnny Depp a un enorme insetto.

Le star della celluloide cominciano a fare uso di occhiali da sole anche fuori dal set tra gli anni Venti e i Trenta – basta pensare a Marlene Dietrich e Greta Garbo – e tutti vogliono imitarle, facendo diventare questo accessorio, indispensabile per la salute dei nostri occhi fin dalla più tenera età, un oggetto iconico di moda, sempre più all’avanguardia nei materiali, originale e prezioso nelle forme e nei colori.



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